L’Oriente in salotto
Nel corso del XVIII secolo, l’esotismo trovò nell’ambito dell’ebanisteria la sua manifestazione più scenografica. Con l’apertura stabile delle rotte commerciali tracciate dalle Compagnie delle Indie Orientali e il fiorire dei viaggi marittimi, in Europa esplose una vera e propria febbre per il Catai (nome storico attribuito nel Medioevo alla Cina, reso celebre in Europa dai racconti di Marco Polo). Il mobile abbandonò la sobrietà seicentesca per trasformarsi in una superficie narrativa, un piccolo palcoscenico domestico su cui gli artigiani dell’epoca proiettavano un Oriente immaginario, sognato prima ancora che conosciuto.
La fascinazione per la cultura asiatica diede vita a una produzione straordinariamente variegata, diffusa in tutti i maggiori centri d’arte del continente.
La via francese
In Francia, i grandi ébanistes parigini scelsero la via del riuso colto: acquistavano i celebri paraventi in lacca della costa del Coromandel o pannelli cinesi importati, li sezionavano e ne applicavano le porzioni sulle strutture bombate tipiche del gusto Rococò, incorniciandole con sfarzose guarnizioni in bronzo dorato per mascherarne le giunture. Tuttavia, poiché l’importazione originale era discontinua e riservata alle sole collezioni reali, si cercarono presto formule autoprodotte. Come ricordano Anne Forray-Carlier e Monika Kopplin nel volume edito dal Musée des Arts Décoratifs di Parigi, Les secrets de la laque française: le vernis Martin (Paris, 2014), la celebre bottega dei fratelli Martin brevettò nel 1730 una vernice a resine dure capace di gareggiare in brillantezza con le lacche orientali.


La via inglese
In Inghilterra, la risposta al gusto per l’Estremo Oriente si tradusse nella tecnica del japanning, basata sull’applicazione di strati di gommalacca e pigmenti intensi su fondo scuro o scarlatto. La consacrazione teorica e pratica di questa tendenza arrivò con la pubblicazione del celebre repertorio di motivi di Thomas Chippendale, The Gentleman and Cabinet-Maker’s Director (Londra, 1754). Nel suo testo, Chippendale diffuse in tutta la Gran Bretagna e nelle colonie lo stile “Chinese Chippendale”, caratterizzato da celebri mobili in mogano o laccati con trafori a graticcio (fretwork), profili sagomati e cimase a forma di padiglione o pagoda.
La via italiana
L’Italia, e in particolare Venezia, rispose a questa moda con una creatività del tutto singolare, improntata a una straordinaria libertà espressiva. Come ben illustra Saul Levy nel suo studio Lacche Veneziane Settecentesche (Milano, 1967), le botteghe dei laccatori e dei marangoni lagunari seppero rielaborare i modelli esotici con una grazia e una freschezza scenografica inimitabili. Piuttosto che limitarsi a una fedele replica formale, i maestri veneziani stendevano su legni dolci campiture dai toni pastello — come il celebre verde d’acqua o il giallo cipriato —, popolandole di “macchiette” cinesi, figurine garbatamente caricaturali, pagode e paesaggi fantastici. Era un’interpretazione ironica e teatrale della moda orientale, capace di trasformare un trumeau, una consolle, un tavolino, un cassettone in un’opera di puro diletto visivo.
L’arte come linguaggio della meraviglia
Guardare oggi a un mobile laccato a cineseria significa cogliere il momento in cui l’Europa ha saputo assimilare una cultura lontana per trasformarla in un linguaggio decorativo unico. Per il collezionista e per l’appassionato, il fascino di questi arredi non risiede soltanto nella rarità o nell’abilità tecnica dell’intaglio e della stesa della lacca, ma anche nella capacità che questi pezzi hanno di raccontare la fame di meraviglia di un’epoca e l’arte che ha tentato di dare una forma a questo desiderio.
Per chi desidera approfondire la genesi di questa sensibilità e capire come le immagini orientali abbiano conquistato il gusto europeo, vale la pena ricordare quanto questa produzione fosse legata all’inventiva degli incisori d’epoca: come abbiamo raccontato nel nostro articolo La lacca veneziana ad arte povera: Quando l’ingegno imitò il lusso e lo superò, fu proprio la stampa a rendere popolare la decorazione a cineseria, permettendo all’illusione dipinta di entrare con grazia anche nelle dimore non aristocratiche.
